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Aggiornato: 57 min 16 sec fa

La CISL Scuola al servizio della didattica. Attivata una Google Classroom per dirigenti scolastici e RSU CISL

Ven, 27/03/2020 - 19:55
La Segreteria Nazionale CISL Scuola ha attivato una Google Classroom denominata "La CISL Scuola al servizio della Didattica", per offrire un supporto a quanti sono impegnati nella progettazione e realizzazione della Didattica a Distanza. L’accesso è gratuito per i dirigenti scolastici iscritti alla CISL Scuola e per i  componenti CISL delle RSU.
Lo spazio contiene diversi tutorial e sezioni nelle quali i partecipanti potranno condividere le loro soluzioni, porre domande e sottoporre problemi. Un pool di esperti cercherà, per quanto possibile, di fornire supporto e risposte personalizzate.
L’intento, attraverso la creazione di una "comunità di buone pratiche", è di offrire uno strumento di solidarietà tra tutti i colleghi attivamente impegnati a mantenere viva e operante la relazione educativa e didattica nella fase dell'emergenza sanitaria che costringe alunni e insegnanti a comunicare fra loro soltanto a distanza.
Per le modalità di accesso occorre fare riferimento alle strutture territoriali e/o regionali della CISL Scuola, che provvederanno a comunicare via mail agli interessati i parametri da utilizzare per partecipare alla classroom. Richiesto necessariamente il possesso di un account di posta elettronica @gmail.com

Indicazioni del Ministero per la formazione di docenti e dirigenti scolastici

Ven, 27/03/2020 - 19:07
Con la nota 27 marzo 2020 n. 7304 della Direzione generale del personale scolastico, Ufficio VI, il Ministero dell’Istruzione fornisce indicazioni operative per lo svolgimento delle attività di formazione. La nota affronta tre temi: formazione dei docenti sulla didattica a distanza, formazione dei docenti neoassunti, attività di accompagnamento e formazione dirigenti neoassunti.
Per quanto riguarda il primo tema, il Ministero comunica che i cinque milioni di euro stanziati dal DL18/2020 verranno ripartiti tra le scuole con decreto del Ministro. In attesa della ripartizione dei fondi, le scuole polo avranno cura di attivare percorsi per la formazione dei docenti sulle metodologie e tecniche della didattica a distanza, utilizzando parte delle risorse che hanno già a disposizione per la formazione e comunicate con nota DGPER prot.n.49062 del 28/11/2019.
Quanto alla formazione dei docenti neoassunti, vengono date indicazioni per i laboratori formativi e per l'attività di peer to peer e di visiting. Ferma restando la durata di 12 ore, è previsto che ogni docente partecipi a distanza a solo due laboratori anziché a quattro. La scuola polo per la formazione dovrà fornire il necessario supporto. Le attività di peer to peer riguarderanno la didattica a distanza e, come le azioni di visiting, saranno organizzate in momenti on line, sincroni e asincroni.
Per quanto riguarda infine i dirigenti neo assunti, l'attività di accompagnamento (che era quantificata in 25 ore) potrà realizzarsi (se non già svolta) in modalità on line per 15 ore, mentre le restanti 10 ore potranno essere di autoformazione. Le 50 ore previste per la formazione potranno invece essere realizzate per 25 ore on line e per altre 25 come autoformazione.
Pertanto il totale di 75 ore (fra accompagnamento e formazione) potrà essere realizzato per 40 ore con modalità on line e per 35 ore in autoformazione.
Viene confermata la validità dell'attività svolta a distanza per il computo dei 180 giorni di servizio effettivo.

Gestione dell'emergenza, raggiunta l'intesa tra sindacati e Governo

Gio, 26/03/2020 - 17:10
In una lettera inviata a tutte le strutture territoriali e di categoria, la segretaria generale della CISL, Annamaria Furlan, riferisce sull'andamento del confronto col Governo che a consentito di individuare importanti punti di intesa in ordine alla individuazione delle produzioni e servizi da considerare essenziali e quindi esclusi dalla sospensione delle attività decisa col DPCM 22 marzo 2020. Risolti mollti dei problemi posti con forza dalle organizzazioni sindacali e recuperata una modalità di gestione della crisi valorizzando le sedi di confronto e di condivisione. Di seguito la lettera della Furla. Carissime/i,
si è svolta ieri, dopo due giorni di trattativa, la fase finale del confronto con il Governo sulla revisione dell’elenco allegato al Dpcm del 22 marzo relativo alle attività ammesse alla continuità produttiva.
L’incontro, come sapete, è stato reso necessario e urgente dopo l’improvvisa e inopinata variazione della lista di codici ATECO da parte dell’Esecutivo.
Dopo il confronto di sabato scorso, infatti, avevamo ottenuto garanzie sul perimetro di produzioni strettamente essenziali. Tuttavia, nella giornata di domenica, ci siamo trovati di fronte a un testo molto più esteso di quanto pattuito, in cui figuravano una gran quantità di codici che non hanno alcuna attinenza con il concetto di essenzialità.
Conosciamo bene i limiti delle categorie ATECO, la loro rigidità, dovuta al fatto di essere stati formalizzati ben 17 anni fa, in un contesto economico, sociale e produttivo ben diverso da quello di oggi. Ma come abbiamo detto al Governo, il tema della “trasversalità” delle filiere sta diventando in questi giorni un alibi per tenere aperte tutte le linee produttive.
Abbiamo pertanto trasferito ai ministri Patuanelli e Gualtieri i contributi che ci sono arrivati dalle Categorie, sostenendo che l’inserimento in blocco di interi gruppi ATECO non permette di fare distinzione tra attività indispensabili e indifferibili e quelle invece ordinarie.
Pertanto ci siamo mossi su tre direttrici:
  • molte attività da ricondurre rigorosamente a produzioni e servizi essenziali
  • diversi codici da rimuovere completamente
  • alcune limitatissime integrazioni
Ogni codice è stato sviluppato, con proposte puntuali di modifica su molte sotto-categorie la cui attività è stata ritenuta in modo unitario assolutamente non essenziale.
È stato inoltre rilevato come anche nel settore pubblico vada operata una netta distinzione tra prestazioni ordinarie e prestazioni effettivamente indifferibili, sottolineando l’importanza di rendere praticabile il lavoro agile in ogni amministrazione dove è possibile operare da remoto.
Complessivamente abbiamo ottenuto una rilevante e profonda rimodulazione e riformulazione dell’elenco, che qui alleghiamo, e che oggi appare finalmente in linea con le nostre richieste.
Un altro evidente punto di criticità del provvedimento rilevato nell’incontro, riguarda le cosiddette attività funzionali, consentite poiché necessarie alla continuità delle produzioni essenziali. Per individuare queste attività, il decreto prevedeva una semplice dichiarazione da parte dell’azienda al Prefetto, una sorta di “autocertificazione” che di fatto estendeva in maniera indefinita l’elenco allegato al decreto. Abbiamo quindi chiesto e ottenuto una modifica sostanziale della procedura, con il coinvolgimento preventivo su ogni territorio dei sindacati maggiormente rappresentativi per valutare le istanze delle imprese e definire effettivamente quali sostengano filiere essenziali. La Ministra dell’Interno si è impegnata personalmente ad inviare una circolare a tutti i Prefetti per avviare questa nuova modalità.
Altro rilevante progresso riguarda la volontà espressa dal Ministero della Difesa di intercedere sulle grandi realtà strategiche, a cominciare dalla filiera dell’aerospazio, per limitare al massimo le produzioni, orientandole solo sulle commesse strettamente legate all’emergenza.
Il Governo ha infine illustrato il piano che, attraverso Invitalia, dovrà assicurare adeguata fornitura e rapida distribuzione dei dispositivi di protezioni individuale. In particolare la Ministra del Lavoro ha garantito l’immediata copertura ai lavoratori impegnati nella logistica e nei servizi a domicilio.
Il confronto avviato in questi due giorni ha prodotto una sintesi equilibrata e condivisibile, che rimette sui giusti binari della collaborazione la gestione dell’emergenza. In questa drammatica fase abbiamo una grande priorità: tutelare la salute di milioni di persone e contenere il contagio. Questo impone grande senso di responsabilità nella gestione dell’attività nei luoghi di lavoro, che sono rimasti gli unici, di fatto, in cui le persone continuano fisicamente ad interagire.
Per questo abbiamo chiesto e ottenuto l’impegno da parte del ministro Gualtieri a istituire un Gruppo di lavoro permanente finalizzato a monitorare l’applicazione delle intese, come pure l’attuazione del Protocollo di regolamentazione del 14 marzo e ogni altra ulteriore situazione di emergenza che dovesse palesarsi nel rapporto tra sistema delle imprese e mondo del lavoro.
Nessuna persona deve esporsi a rischi non necessari. Nessuna persona, svolgendo il proprio lavoro, dovrà mettere a repentaglio la salute o la vita.
Bisogna costruire insieme il percorso che ci porterà fuori dal tunnel. E non caricare sui lavoratori ulteriori sacrifici rispetto all’immenso esempio che già stanno dando in questa fase drammatica e inedita della storia nazionale.
Fraterni saluti Annamaria Furlan

26.03.2020 - L'inclusione ai tempi della DAD

Gio, 26/03/2020 - 12:27
Fa tanto scalpore parlare di didattica a distanza ai tempi del Coronavirus. Sembra quasi impossibile ad occhi esterni, che interi istituti da un giorno all’altro si siano trovati ad utilizzare le tecnologie, le nuove metodologie, software e classi virtuali.
Ma per chi vive all’interno delle scuole, per chi ogni giorno si prodiga per far sì che tutti ottengano un successo formativo, questo non è altro che la normalità. Per chi fa Sostegno (sì, con la S maiuscola) tutto ciò non è che la routine.
Per anni si è parlato di Tic, le tecnologie dell'informazione e della comunicazione (acronimo TIC o ICT dall'inglese Information and Communications Technology) ossia dell'insieme dei metodi e delle tecniche utilizzate nella trasmissione, ricezione ed elaborazione di dati e informazioni (tecnologie digitali comprese). Per chi si è specializzato nell’insegnamento ai ragazzi con Bisogni Educativi Speciali, insegnare attraverso le TIC non è altro che parte fondante della propria didattica.
La vera novità, semmai, sta nel fatto che finalmente, sebbene in un periodo infausto, la metodologia inclusiva data dalle tecnologie viene estesa a tutti ma soprattutto viene praticata da tutti.
Dal 5 marzo infatti la didattica a distanza ha “ossimoricamente” riavvicinato le attività del sostegno a quelle della didattica curricolare. L’emergenza Coronavirus ha livellato, se non gli obiettivi, gli strumenti a disposizione di ogni singolo studente: tutti con le stesse possibilità; tutti con gli stessi metodi.
Rimane ancora una volta encomiabile il lavoro dei docenti specializzati, il loro impegno di rendere fruibili le lezioni, le spiegazioni, temi ed esercizi è stato facilitato dal fatto che finalmente tutta la scuola parla la stessa lingua: quella delle tecnologie.
E se in questo campo i docenti di sostegno hanno alle loro spalle una formazione mirata sulle Tic, l’insegnamento inclusivo apre le porte a tutti. Anzi, ha già spianato la strada. 26 marzo 2020 * Silvia Fabbi è docente di inglese, specializzata su sostegno, in servizio nella provincia di Viterbo

Procedura concorsuale per titoli (24 mesi) personale ATA, scadenze sospese

Mer, 25/03/2020 - 16:46
Con la nota 6969 del 24 marzo 2020, a firma del Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, il Ministero rende noto che le scadenze già indicate alle Direzioni Regionali per l'emanazione dei bandi relativi ai concorsi per soli titoli del personale ATA sono da intendersi annullate, in quanto le procedure concorsuali sono sospese a causa della perdurante emergenza sanitaria.
Il Ministero sta infatti predisponendo opportuni interventi sul sistema informatico affinchè le domande possano essere presentate in modalità esclusivamente telematica.
Conseguentemente le disposizioni contenute nella nota 5196 dell'11 marzo 2020, con cui si invitavono gli Uffici Scolastici Regionali a bandire il concorso entro il 10 aprile, sono sospese. Nella seconda metà di aprile si prevede il completamento delle operazioni necessarie all'informatizzazione della procedura; a operazioni ultimate sarà data indicazione della nuova tempistica.

24.03.2020 - Caccia al tesoro per i più piccoli

Mar, 24/03/2020 - 21:52
Chiara Tassinari, savonese, insegnante, laureata in scenografia, ha al suo attivo numerose attività riguardanti la decorazione, la scenografia teatrale televisiva e cinematografica. Partecipa a corsi estivi di illustrazione per l’infanzia presso la scuola internazionale di Sarmede, presso l’associazione Artelier di Padova, il MiMaster di illustrazione, la scuola estiva di illustrazione Ars In Fabula di Macerata e organizza laboratori artistico – manipolativi per bambini in età scolare. Per qualche notizia in più, vedi http://www.chiaratassinari.com/wp/

Gissi, mobilità: perché non reggono le giustificazioni del Ministero

Mar, 24/03/2020 - 20:04
Ho letto ciò che riporta il sito del Ministero, e mi sono cascate le braccia”. Si era detta incredula, Maddalena Gissi, quando le avevano riferito ciò che il Ministero dell'Istruzione sostiene, ossia che la pubblicazione dell’ordinanza sulla mobilità sarebbe avvenuta nei tempi concordati con i sindacati. “Ma stiamo scherzando? – esclama la Gissi – Noi ci siamo incontrati il 5 marzo, e in effetti abbiamo chiesto di attendere la ripresa delle attività scolastiche, allora prevista per il 15 marzo, prima di pubblicare un’ordinanza che la ministra voleva far uscire a tamburo battente. Nel giro di poche ore, da quel momento, la situazione come è ben noto è precipitata, richiedendo ripetuti interventi straordinari, a partire dal DPCM 8 marzo 2020 che prorogava la sospensione delle attività didattiche fino al 3 aprile, e su tutto il territorio nazionale. E ancora non si parlava, come pochi giorni dopo è avvenuto, di pesanti restrizioni alla circolazione delle persone.
Insomma, il quadro di riferimento che avevamo il 5 marzo è stato in pochi giorni a dir poco stravolto. Ma da allora nessun contatto dal Ministero, che ha preferito fare da solo, affidando al profilo facebook della Ministra le comunicazioni con l’esterno. Quindi sentirsi dire, oggi, che si stanno applicando accordi datati 5 marzo farebbe sorridere, se non vivessimo quello che stiamo vivendo. La verità è che abbiamo più volte chiesto di ridiscutere complessivamente procedure e scadenze, adattandole a una situazione di emergenza assolutamente inedita e via via più drammatica. Nessun riscontro, al punto che nemmeno ci è stata inviata l'ordinanza al momento della sua pubblicazione. Un comportamento che si commenta da sé
". Roma, 24 marzo 2020 UFFICIO STAMPA CISL SCUOLA

Mobilità del personale scolastico (2020/21), il Ministero pubblica le ordinanze

Mar, 24/03/2020 - 16:24
Emanata dal Ministero dell'Istruzione l'Ordinanza (decreto 182 del 23.3.2020) che disciplina lo svolgimento delle procedure di mobilità del personale docente, educativo e ATA per l'anno scolastico 2020/21 sulla base di quanto contenuto nel CCNI 6.3.2019 che, come si ricorderà, ha validità triennale. Emanata anche la specifica Ordinanza (decreto 183 del 23.3.2020) per il personale docente IRC. Di seguito, la tempistica. Docenti (di tutti gli ordini e gradi): presentazione domanda "on line" dal 28 marzo al 21 aprile - pubblicazione movimenti, 26 giugno Docenti IRC: presentazione domanda "cartacea" dal 13 aprile al 15 maggio - pubblicazione movimenti, 1° luglio Personale ATA: presentazione domanda "on line" dal 1° al 27 aprile - pubblicazione movimenti, 2 luglio I due provvedimenti sono disponibili anche nel sito web del Ministero

Mobilità del personale scolastico, dal ministero dell’istruzione decisioni fuori dalla realtà. Nota unitaria

Mar, 24/03/2020 - 11:15
La decisione di dar corso all’ordinanza sulla mobilità del personale scolastico, così come al rinnovo delle graduatorie del personale ATA, nella situazione di emergenza che il Paese e la scuola stanno vivendo è inquietante, ed è proprio difficile capire come si faccia a sostenere che si tratta di una decisione presa nell’interesse del personale scolastico.
Da anni le domande di trasferimento si fanno on line, ma ciò non toglie che il periodo di presentazione delle domande veda coinvolte decine di migliaia di persone che hanno necessità di ricorrere alle segreterie scolastiche, agli uffici dell’Amministrazione, alle sedi sindacali, sempre affollate ogni anno all’inverosimile per soddisfare richieste di informazione e assistenza da parte del personale docente e ATA. Pensare dunque di prevedere lo svolgimento di questi adempimenti come se questa fosse una situazione ordinaria significa essere completamente fuori dalla realtà. Divieto di circolazione delle persone, scuole e uffici chiusi come è noto fino al 3 aprile, in Lombardia fino al 15, con la possibilità purtroppo di dover mettere in conto ulteriori proroghe. Fissare il termine delle domande al 21 aprile è assoluta mancanza di buon senso, incompatibile con le restrizioni alla circolazione delle persone giustamente adottate dal Governo, ma anche e soprattutto totale mancanza di rispetto per tante lavoratrici e lavoratori che oltre a vivere situazioni personali e familiari pesantissime, purtroppo in molti casi anche direttamente colpite dalla malattia, stanno producendo uno sforzo encomiabile per mantenere viva, tra mille difficoltà, l’attività didattica e la relazione educativa con gli alunni.
Tutto ciò fa passare in secondo piano la pur gravissima violazione, ancora una volta, delle regole che assegnano la mobilità all’ambito della disciplina negoziale, così come delle intese per aggiornare alla luce di novità normative i contenuti del contratto. Un confronto negato, che avrebbe fra l’altro consentito di individuare modalità diverse per gestire in tempi e modi ragionevoli la mobilità del prossimo anno scolastico, tenendo conto dell’impatto devastante che questa emergenza sta avendo sulla vita delle persone e dell’intera società.
Mai come in questi frangenti sarebbe necessario accogliere il messaggio all’unità e alla compattezza rivolto al Paese dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; spiace constatare che una ministra e il suo ministero si muovano in direzione opposta, moltiplicando le occasioni di tensione e conflitto piuttosto che ricercare unità e condivisione.
Emergono con evidenza gravi limiti, sia a livello politico che amministrativo, nella capacità di governo di un sistema complesso come quello dell’istruzione. È necessario che sia il Governo al massimo livello a farsi carico di questioni che esigono un alto livello di competenza e di responsabilità. Roma, 24 marzo 2020 Flc CGIL Francesco Sinopoli
CISL Scuola Maddalena Gissi
UIL Scuola Rua Giuseppe Turi
SNALS Confsal Elvira Serafini
GILDA Unams Rino Di Meglio

23.03.2020 - Attenti alla didattica online

Lun, 23/03/2020 - 19:37
E così la scuola è diventata improvvisamente online. È un bene? È una necessità, che offre molte occasioni, ma anche tanti pericoli. Mai ho trovato più calzante l’apertura delle Indicazioni Nazionali 2012: In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici cambiamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia i rischi che le opportunità.
Vorrei partire dalla fine, dal punto in cui troviamo per dire subito che provo un profondo disappunto per l’ennesimo neologismo che ci perseguita come un mantra illusorio, una sorta di parola d’ordine che aprirebbe tutte le porte, anche quelle che si sono improvvisamente chiuse: smart working. Nulla di più inappropriato. Perché lavoro intelligente? Sarebbe molto più giusto parlare di lavoro online, o di lavoro di necessità, perché onestamente io non trovo per nulla intelligente il dover lavorare in una desolante solitudine e rinunciare alla forza ed alla bellezza di un’interazione, che necessariamente si può solo simulare. Ad evitare possibili equivoci, chiarisco subito che non sono certo un nemico delle TIC, anzi, proprio il contrario. Ho cominciato ad interessarmi di applicazione di esse nella didattica nel 1980, prima ancora che i personal computer diventassero “personal”. Da insegnante ho realizzato i primissimi laboratori con computer che registravano su nastro, connessi a televisori dismessi portati da casa. Ho fatto ricerca con l’università sul potenziale cognitivo e metacognitivo dell’uso del computer in contesto educativo. Quando lavoravo per l’USR Veneto e Internet viaggiava su linea Isdn, con un collega abbiamo superato mille resistenze per far installare un sistema di videoconferenza che mettesse in comunicazione tutte le province e che evitasse di farti prendere un treno all’alba e rincasare alla sera per andare a Venezia a fare un giro di tavolo sull’andamento di un progetto. Nell’ultima parte del mio lavoro all’interno della scuola ho dato vita ad una delle primissime scuole digitali in Italia e sono stato responsabile degli acquisti delle Lim per mezza regione. Spero che questi miei coriandoli biografici siano intesi correttamente: nessun vanto, volevo solo dire che io conosco, amo ed uso tutto quanto è offerto dalle nuove tecnologie, ma proprio per questo ne riconosco i limiti, le implicazioni, la problematicità ed il potenziale in termini di danno.
Sempre partendo dall’oggi vorrei soffermarmi sul disagio e sul disorientamento creato dalla chiusura della scuola, mi riferisco a quelli degli studenti, dai più piccoli ai più grandi, a quelli dei loro dei genitori a quelli crescenti dei docenti che hanno il fondato timore di aver “perso” i loro alunni o che potrebbero superficialmente ritenere che tutto si possa risolvere registrando una lezione e postandola in Internet. Anche all’università si stanno vivendo la stessa ambivalenza e lo stesso disorientamento, anche se qui gli studenti hanno, o dovrebbero avere, una più grande autonomia. Ovviamente chi pensava che fare didattica consistesse nell’andare in aula a fare una predica a degli studenti già troppo distanti, anche se in presenza, il massimo della difficoltà che trova ora consiste nell’uso della tecnologia, quella magari sempre vituperata perché ben altro è il valore di un libro. Il messaggio diffuso è di una semplicità disarmante: basta entrare nella piattaforma, cliccare su un certo link, mettersi davanti ad un computer dotato di videocamera ed il gioco è fatto. Si possono anche utilizzare dei “powerpoint” o dei filmati. Sì, capisco, piuttosto di niente, ma come lo faccio entrare lì dentro il role play organizzato a Trento nella mia ultima lezione per riflettere sulle implicazioni dei principi teorici della progettazione educativa? E come recuperare gli sguardi, lo stare insieme non verbale, il clima, il mutuo sostegno, il passaggio immediato dal ragionare assieme, ai piccoli gruppi e mille altre cose che sono il senso profondo di una buona didattica? Ho fatto anche gli esami online e tra una settimana ci saranno le sessioni di laurea. Sto cercando di fornire un aiuto, consigli, rassicurazioni alle mie quattro laureande, ma non so nemmeno io bene come funzionerà. Sì, ho capito come saranno fatti i collegamenti, ma temo che tutto si risolverà in un gioco del far finta, ad onor del vero in questo non molto diverso da prima, senza parenti, mazzi di fiori, spumanti, rinfreschi e abbracci. Rinfranca solo il fatto che dal cortile non arriverà quell’odioso coretto: dottore, dottore, dottore dal… e risparmio il becero finale.
E nella scuola, nel luogo poliedrico dell’inclusione, dell’apprendimento fatto di microcontagi continui, dove l’emozione, la sua interpretazione e la sua condivisione fanno la differenza, cosa accade?
Qualche giorno fa in uno dei tormentoni televisivi da prima serata, con il conduttore che parla di tutto e spesso necessariamente a vanvera, ma finalmente senza gli applausi idioti di un pubblico ammaestrato dopo ogni frase pronunciata da chicchessia, si parlava di smart working a scuola e il presentatore ha detto che un’emergenza era quella di “dare i computer a quelli delle elementari”. Ci rendiamo conto? I docenti della primaria nell’immaginario di quel signore sono dei trogloditi che nella vita di tutti i giorni non usano le TIC, ovviamente invece più abituali per quelli delle secondarie. Probabilmente passano il loro tempo a scuola a fare dettati, canzoncine, o coretti per apprendere le tabelline. E come avranno speso i soldi del bonus docente in questi anni? Magari i loro colleghi di più alto livello un personal o un tablet se lo saranno acquistato, ma loro poverelli…
Non è questo il problema, cari opinionisti che sapete di tutto e che molto imprudentemente parlate di tutto.
Insegnare non è come gestire ordini dalla scrivania di casa al posto di quella dell’ufficio.
La scuola non può essere identificata come un luogo di scambio di compiti per casa, cosa che rischia di essere ora con la formazione a distanza, e nemmeno è il luogo dove per tutti c’è una sola minestra, dove c’è qualcuno che non fa che somministrarla ed altri che la devono mangiare, metabolizzare, digerire e prepararsi alla prossima pietanza. E poco conta che il cibo sia curato, appetitoso, vario, fatto di sapori ricercati e assaporito di sempre nuove spezie. I bambini, i ragazzi, gli adulti non hanno fame di questo. Queste pietanze le possono prendere ovunque dai numerosi supermercati dell’informazione che pullulano online.
E cosa dire dello spaventoso dramma che si è creato per i tanti disabili privati improvvisamente di un “sostegno”, dell’abbraccio dei compagni, di un tempo impagabile fuori di casa? Si parla poco di questo e si parla poco dei bisogni educativi speciali che per certi versi hanno TUTTI gli alunni, di ogni ordine e grado. E la tecnologia, se è pur vero che possiamo dare per scontato che sia in possesso di tutti i docenti, è presente nelle famiglie, in tutte le famiglie di una scuola che vuole essere di tutti?
Qualche giorno fa un’amica insegnante mi diceva di quel suo alunno, che con i due fratelli attende la sera quando il papà arriva a casa dal lavoro perché il suo cellulare è l’unica interfaccia tecnologica presente in famiglia. Possiamo dimenticarci di lui? Possiamo far finta che tutto si possa risolvere postando una lezione, registrando un video, facendo passare dei compiti?
La domanda è ovviamente retorica. Ma la scuola, siamo onesti, è stata colta impreparata da questo improvviso cambiamento. Non tutta si sa. Ci sono eccellenze. Ci sono tante scuole che già da una vita praticavano e facevano praticare l’uso intensivo delle nuove tecnologie, con docenti ben formati e padroni della situazione. Però anche in questo caso si trattava di forme “blended”, ossia di una integrazione tra attività di Elearning e in presenza. Così infatti dovrebbe essere. In Italia, tra l’altro, abbiamo ereditato un patrimonio eccezionale dall’esperienza fatta per tanti anni dalla piattaforma Puntoedu, su cui si sono formati, docenti, dirigenti e personale ata, con numeri che non hanno avuto pari in nessun’altra parte del mondo. Anch’io ci ho lavorato e confesso che mi emoziona ancora ripensare ai laboratori sincroni che mi trovavo a gestire con docenti che simultaneamente interagivano da cinque diverse regioni. Ricordo anche le lunghe serate e le notti trascorse a moderare dei forum affollati da centinaia di docenti in anno di formazione, ma c’erano anche le attività in presenza. C’erano gli esperti ed i tutor che potevano compensare i vuoti che rimanevano aperti con l’attività online. Ora, e questo è uno dei problemi insuperabili, tutto deve avvenire là, nell’aula virtuale, dove i tuoi alunni non li puoi “annusare”, guardare negli occhi, osservare dalla giusta distanza mentre LORO costruiscono assieme il loro apprendere. È illusorio pensare che tutto quello che abbiamo detto sulla necessità del protagonismo attivo, dell’apprendimento cooperativo, della necessità del gruppo, dello scaffolding, si possa tranquillamente ovviare con una didattica a distanza e per lo più, almeno in molti casi, eminentemente trasmissiva.
Proviamo allora a vedere quanto sarebbe possibile fare almeno per limitare i danni e per fare diventare il possibile tecnologico un’effettiva risorsa.
Ho già detto che ha poco senso produrre materiali da impartire e limitarsi a somministrare compiti, o almeno non ne ha se non si fa prevalentemente dell’altro.
Ci sono alcune parole che dovrebbero guidare la predisposizione della didattica online: centralità dell’alunno e dell’esperienza, gruppo, personalizzazione, gioco, comunicazione il più possibile interattiva, emozione.
Bisogna quindi, così come si dovrebbe fare in presenza, sollecitare gli alunni a proporre attività, ad essere curiosi, a recuperare l’informazione con un’attività di ricerca, sempre sostenuta dal gruppo. Abbiamo detto che non possiamo dare per scontate le competenze tecnologie e il possesso della tecnologia, ma ci sono ambienti sperimentati più o meno da tutti, sia dai docenti, che dagli alunni o almeno dalle famiglie che li possono affiancare. Penso molto semplicemente all’uso di whatsapp. È facile creare dei gruppi differenziati e l’interazione in presenza può consentire un lavoro collaborativo. Si può discutere assieme e segnalare ciò che si prova con immediatezza, non solo con il linguaggio analogico, ma anche con emoji. Si possono mettere a disposizione filmati, e allegati di diverso tipo. La cosa molto positiva qui, o in aule virtuali molto più raffinate, ma sto pensando a quegli alunni che possono disporre a livello tecnologico anche solo di uno smartphone, è l’idea di non fare morire la classe, lo stare assieme, l’interagire nello stesso momento. Parlo dell’importanza del far sentire in qualche modo che ci siamo, che apparteniamo ad un gruppo, che mettiamo in comune lavori, contenuti, proposte, esperienze ed emozioni. Bisogna, come dicevo, rifuggire dalla logica della stessa pietanza per tutti. È necessario che l’insegnante sappia mantenere con i propri alunni un rapporto estremamente personalizzato, che faccia sentire la sua “presenza”, che accompagni, anche in questa situazione di grande scarsità. Non rinunciamo poi alla voce, che trasmette calore e colore. Perché non utilizzare anche una tecnologia tanto nota quanto potente, come la telefonata? Ciao Paola, sono la maestra, come va? Ho visto il compito che mi hai mandato e ho trovato molto bella la descrizione del tuo gatto sul divano. Dovresti stare più attenta ai verbi…
Ho accennato anche al gioco, perché credo che sia importante mantenere sempre una dimensione ludica, un fare che produca e induca benessere.
Impegnativo? Certo, infinitamente più impegnativo di mandare un video o fare una “lezione” davanti ad un computer, ma questo è essere insegnanti. È sempre stato un mestiere di una difficoltà enorme, una professione che Freud non aveva esitato a definire impossibile, ma sono convinto che i tanti docenti che in questo momento si sentono in qualche modo derubati dei loro alunni e della loro scuola, siano ancora una volta disponibili a rimboccarsi le maniche, a reinventarsi a far diventare, come dice Enzo Spaltro, questa scarsità abbondanza. 23 marzo 2020 * Donato De Silvestri, già insegnante e dirigente scolastico, insegna didattica e progettazione educativa all’Università di Verona. Ha svolto e svolge un’intensa attività di formazione partecipando a corsi e seminari a livello nazionale e internazionale.

Scuole chiuse

Lun, 23/03/2020 - 17:20
«Margie lo scrisse perfino nel suo diario. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157: Oggi Tommy ha trovato un vero libro!». Comincia così «Chissà come si divertivano», un racconto del 1955 del maestro della fantascienza, Isaac Asimov, in cui Margie e Tommy, 11 e 13 anni, trovano in soffitta un libro. Quell’oggetto, in cui le parole «non si muovono», è un reperto archeologico, sostituito da più di un secolo dai «telelibri», testi che scorrono sullo schermo tv come i titoli di coda di un film. Ma la sorpresa è ancora più grande quando i due scoprono che il libro parla di qualcosa a loro ignoto: la scuola. Nel 2157 ci sono infatti solo i «Maestri Meccanici», robot individuali che, in camera, spiegano e verificano: «La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove doveva infilare i compiti. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare a sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a velocità spaventosa». E nel marzo 2020 la scuola esiste ancora? Sì, ma a una condizione: se tutte «le» scuole sono chiuse, «la» scuola è rimasta aperta solo dove «scuola» è il nome che diamo alla relazione che sopravvive alla chiusura dell’edificio. Altrimenti aperta, una scuola, non lo è mai. «Questo è un tipo di scuola molto antico. Avevano un maestro, ma non un maestro regolare. Era un uomo» dice Tommy, e Maggie stupita risponde: «Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?». La scuola del passato era una comunità di ricerca guidata da maestri in carne e ossa: «Ci andavano i ragazzi del vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme. Imparavano le stesse cose, così potevano aiutarsi per i compiti e parlare di ciò che avevano da studiare. E i maestri erano persone».
I maestri meccanici non ci sostituiranno mai perché la materia è la «materia» con cui si in- e co-struisce l’edificio relazionale: a scuola non ci si va, ma ci si è, a patto che essa sia fondata su relazioni generative. Se ciascuno dà all’altro ciò di cui l’altro ha bisogno, la relazione rigenera le persone coinvolte e genera i cosiddetti beni relazionali, frutti specifici di una relazione (in quella educativa: cultura, autonomia, vocazione). Questi frutti non si danno se la relazione è ridotta a prestazione (tu ripeti/fai ciò che ti dico), e diventa addirittura de-generativa (toglie vita). I ragazzi hanno bisogno di noi per scoprire sé e il mondo, e per inserirsi gradualmente nella storia umana: la loro anima non può farsi da sola. Allo stesso modo noi docenti abbiamo bisogno di loro per scoprire noi stessi e il mondo, perché anche la nostra anima (come quella di tutti gli esseri umani) è in continua crescita. Non siamo robot che erogano materie e voti, noi con- e in-segniamo, nello stesso spazio-tempo (online o in classe), pezzi di mondo a cui ci siamo dedicati. Ed è proprio nell’atto di porgerli che scopriamo cose nuove del mondo e di noi: se dopo una lezione non ho imparato niente, sono certo di non aver insegnato niente. In una scuola relazionale e non prestazionale infatti non si riesce mai a fare la stessa lezione (altrimenti che mi sostituisca il maestro meccanico): insegno da 20 anni e non posso raccontare mai lo stesso Dante, perché cambio io, così come le anime da raggiungere. Ed è grazie a questa «materia viva» che non solo non mi annoio, ma mi viene donato ogni anno un nuovo Dante, interpellato in modo diverso in ogni classe. La testa di un ragazzo è come quella di un fiammifero: si accende e accende, solo se la sfreghi con ciò che ha capacità di innesco (verità e bellezza), per questo le grandi opere (letterarie, tecniche, scientifiche...) fanno «il programma». Noi riceviamo vita solo da chi la vita la sa mettere «a fuoco», chi è «passato» nel mondo e ce ne ha lasciato una mappa: poi sta a noi camminare e aprire nuove strade.
È proprio Dante - il 25 marzo 2020 ricorre la prima celebrazione nazionale - che distilla la relazione con un maestro quando, incontrando nell’aldilà il suo, Brunetto Latini, gli dice che non dimentica «la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’etterna», e Brunetto si rammarica di non aver potuto seguire sino in porto la promettente navigazione del suo allievo. La scuola è un faticoso «ora ad ora» che serve a dare senso e vita a tutte le altre ore. Uno studente non deve rifare da solo la storia umana, ma fare i passi indietro necessari per saltare, lui, un po’ più avanti, proprio grazie alla rincorsa in un passato che passato non è, altrimenti non lo si studierebbe. Ma questo, senza una scuola viva (relazionale e generativa) è impossibile: «Margie pensava ai bambini di quei tempi, a come dovevano amare la scuola: - Chissà come si divertivano!». Le scuole adesso sono chiuse: ma prima erano aperte?

ESTERO NEWS 8/2020 - Scuole italiane all'estero e misure anticontagio

Lun, 23/03/2020 - 16:40
Il Ministero degli Esteri (MAECI), a fronte delle richieste di informazioni dei sindacati sulla situazione delle scuole italiane all'estero, informa che:
  • La direzione generale del Ministero ha autorizzato prontamente forme di didattica a distanza, la cui attivazione sarà a cura dei D.S. all'estero
  • Tenuto conto delle diverse richieste di rientro sul territorio metropolitano pervenute dal personale scolastico e considerato che nella maggioranza dei casi la didattica a distanza può essere svolta anche dall'Italia, è possibile, a domanda, l'assunzione al MAECI ex art.186 del DPR 18/1967.
Il MAECI inoltre segnala che:
a) in caso di richiesta di rientro, la sede di riferimento dovrà esprimere motivato parere in base alla situazione locale
b) chiunque rientri in Italia è sottoposto a periodo di 14 giorni di isolamento precauzionale obbligatorio
c) l'applicazione al personale che rientra dell'art.186 del DPR 18/1967 prevede una decurtazione dell'assegno di sede che viene ridotto alla metà dopo i primi 20 giorni, cessando in ogni caso al termine dei 50 giorni
d) la didattica a distanza sarà organizzata dal D.S., se presente, ovvero sotto la supervisione dell'Ufficio Diplomatico/Consolare

Concordia e condivisione si alimentano con la disponibilità al confronto

Lun, 23/03/2020 - 12:08
Pubblichiamo l'editoriale con cui si apre il numero di oggi di Dirigenti News, la newsletter settimanale della CISL Scuola per la dirigenza scolastica, nel quale è ospitata fra l'altro la toccante testimonianza di un dirigente scolastico del bergamasco, che ci aiuta a riportare la discussione in atto sulla didattica a distanza nell'ambito di concrete e reali condizioni di contesto da cui nessuno di noi dovrebbe, in questo momento, prescindere.  Cartesio è vivo Ibi semper est victoria, ubi concordia est: questa è la citazione riportata in calce alla nota n. 388 del 17/3/2020, recante indicazioni sulla didattica a distanza. È una bella citazione e la facciamo senza dubbio nostra, secondo il nostro convincimento: la concordia e la compattezza sono frutto di confronto e di scambio di idee, vanno costruite tra le parti in campo e sono essenziali nei momenti di crisi. Purtroppo, però, il confronto e lo scambio di idee sono del tutto mancati nella definizione della nota in questione. Non sono state ascoltate, come rilevato anche in un comunicato dell’Andis, le associazioni professionali rappresentate nel Forum nazionale (FO.NA.D.D.S.) e non sono state coinvolte le parti sociali, nonostante l’argomento fosse delicato e riguardasse aspetti professionali e di organizzazione del lavoro. A fronte della conseguente protesta dei sindacati più rappresentativi, alcuni hanno ritenuto di ergersi a censori, con modi collerici e stili decisamente scomposti, intrisi di retorica strumentale. Davvero deludente: la differenza di opinioni è certo segno di democrazia ma... est modus in rebus. La concordia, secondo il nostro modo di vedere, non è un riflesso tutto pavloviano di scodinzolamento, di adesione priva di riflessione. Quindi, per quanto ci riguarda non Pavlov, ma Cartesio è vivo: cogito, ergo sum.Se le associazioni professionali e le organizzazioni sindacali fossero state ascoltate, probabilmente avrebbero potuto fornire un quadro più completo delle criticità che stanno emergendo. Le difficoltà non sono solo dei docenti, che comunque in grande maggioranza si sono organizzati, seppure nei modi più diversi, ma soprattutto delle famiglie. Problemi di connettività, di disponibilità di device, difficoltà a gestire i figli e il lavoro agile dei genitori, spaesamento e disorientamento, insoddisfazione per motivi svariati ed anche opposti, sono segnalati nei diversi contesti sociali. Alcune famiglie lamentano di non riuscire a seguire le attività che sono richieste dagli insegnanti, altre affermano che l’intervento della scuola è esiguo, che occorre utilizzare questo o tal altro sistema. L’aspetto dirompente è che le famiglie sono costrette ad esercitare un ruolo vicariante e che l’esercizio della funzione docente, almeno per alcune fasce d’età, richiede ora in modo massiccio la mediazione genitoriale e si svolge in un contesto profondamente mutato. Ancora più di ieri, assume risonanza diversa affermare che la scuola non è solo degli insegnanti o dei dirigenti scolastici. La scuola è anche, e in un senso ora molto più radicale, delle famiglie. Si chiede loro di essere fortemente protagoniste e collaborative, tuttavia la concordia non è stata raggiunta ovunque e l’efficacia dell’azione docente inevitabilmente ne risente. Molte indicazioni della nota sono condivisibili, altre no. A nostro parere sarebbe stato opportuno fornire orientamenti, magari sotto forma di Linee guida, piuttosto che formulazioni dal tono prescrittivo e soprattutto valutare l’impatto in contesti profondamente differenziati. Nella nota sono contenute persino indicazioni di dettaglio su come i docenti devono depositare la riprogettazione delle attività didattiche, di fatto esautorando l’autonomia organizzativa del dirigente scolastico, del quale solo pochi giorni prima si era sottolineato in diretta facebook il richiamo a compiti e ruoli, leggendo on air il d.lgs. 165/2001. Appare del tutto inopportuno il riferimento alla valutazione in itinere degli apprendimenti a distanza come “propedeutica alla valutazione finale”. È poco sostenibile l’aggancio ai criteri approvati dal Collegio dei docenti. Quei criteri, al momento, fanno riferimento a tutt’altro scenario, ad un mondo che ora risulta sconvolto. Se sono certamente opportune verifiche e monitoraggi, occorre però tenerli distinti dalla valutazione e, tra l’altro prevedere l’impatto di queste disposizioni sui contenziosi che potrebbero investire le scuole in caso di insufficienze. Non è chiaro come dovrebbero essere valutati gli alunni che non hanno linea internet, i figli di quelle famiglie in cui, ammesso si riesca a fornirglielo, nessuno sa utilizzare il tablet. Come dovremmo considerare coloro che non si connettono, che senza l’azione di contenimento che la scuola strutturalmente esercita, sono lontani dalla didattica a distanza? Criteri e modalità di approccio dovranno essere necessariamente tarati sulle diverse situazioni e difficilmente potrà essere espressa una valutazione nei modi ai quali siamo usi nella ordinarietà scolastica. Anche perché si prova un grande senso di disagio e di straniamento nel leggere la nota, avendo in mente immagini di dolore e di paura che il contagio ha reso quotidiane. Difficilmente in alcuni territori quelle indicazioni potranno essere seguite e forse c’è bisogno di altro. Ce lo racconta con parole toccanti un collega della bergamasca di cui riportiamo in questo numero uno scritto. In generale, non sembra possibile limitarsi a traslare modalità e metodiche proprie della didattica in presenza, anche se questo approccio potrebbe costituire comunque il primo passo. La forzata modifica dell’ambiente di apprendimento e il ruolo che le famiglie sono chiamate a giocare coinvolgono in modo diverso tutti gli attori e richiedono modalità innovative per garantire il diritto all’istruzione. Non era certamente nelle intenzioni del Ministero porre macigni burocratici sul percorso delle scuole, ma il confronto con i sindacati sarebbe stato utile, come spesso per altre questioni è avvenuto, per approfondire alcuni aspetti anche della gestione del personale docente, nella nuova dimensione lavorativa. E questo naturalmente non per limitare o negare l’impegno dei docenti e dei dirigenti ma per semplificare, sciogliere nodi, evitare dubbi o rallentamenti nell’azione da svolgere. Le indicazioni fornite hanno avuto un impatto sui docenti che si sono sentiti sollecitati ad effettuare interrogazioni in video e a diffondere test. Non sono poche le difficoltà, alcune pervase anche di ingenuità, come il caso che ci è stato segnalato, in cui ai genitori di alunni di scuola primaria si chiede di condividere i compiti dei figli su chat di classe in WhatsApp, sicché tutti leggono il lavoro degli altri, con gli evidenti problemi che ne potrebbero derivare. O di docenti di scuola primaria che inviano ai loro allievi link di risorse su youtube senza assicurarsi che le famiglie abbiano predisposto i necessari sistemi di controllo parentale. O di dirigenti scolastici che hanno difficoltà nell’utilizzare il registro elettronico per il monitoraggio delle azioni in corso, ricorrendo a duplicazioni di impegni di rendicontazione per i docenti. Certamente abbiamo apprezzato l’azione di supporto effettuata dal Ministero nel fornire risorse per la didattica a distanza e comprendiamo la necessità di adottare provvedimenti per assicurare la validità dell’anno scolastico, tuttavia pensare di regolare senza alcun confronto aspetti così delicati, decisamente non è il miglior modo per ottenere il risultato desiderato e tanto meno per ottenere compattezza o concordia, specialmente in un momento tanto grave. Infatti, se è vero che concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur, è altrettanto “necessario unirsi, non per stare uniti, ma per fare qualcosa insieme” (Goethe).

La salute dei lavoratori e dei cittadini prima di tutto. Perché la protesta di CGIL, CISL e UIL

Lun, 23/03/2020 - 11:51
L'elenco delle attività considerate indispensabili, dunque escluse dal provvedimento di sospensione deciso dal Governo col DPCM 22 marzo 2020, è stato ampliato oltre misura, certamente ben oltre le intese che erano state definite con le parti sociali. Questa la ragione della protesta in atto da parte di CGIL, CISL e UIL, che chiedono l'immediato confronto col Governo per rivedere l'elenco delle attività e invitano nel frattempo a verificare scrupolosamente il rispetto delle condizioni di sicurezza sui posti di lavoro che devono essere assolutamente garantite ai sensi del Protocollo condiviso del 14 marzo 2020, mettendo in campo ove necessario ogni azione sindacale, compreso lo sciopero.
I tre segretari generali Furlan, Landini e Barbagallo hanno inviato a tutte le strutture territoriali del sindacato e alle RSU una lettera nella quale, oltre a chiarire le posizioni assunte, sulle quali si sono puntualmente levate polemiche in realtà molto pretestuose, invitano alla massima vigilanza, in ogni posto di lavoro, perché le misure di prevenzione del contagio siano pienamente rispettate, a tutela della salute di chi lavora ma, come ormai è a tutti evidente, a tutela più generale della salute pubblica, se è vero che ridurre al minimo le occasioni di diffusione del virus è fondamentale per rendere efficace l'azione di contrasto all'epidemia.
"Cgil Cisl e Uil, in questa fase difficile del Paese, - scrivono i tre segretari generali - hanno rappresentato sempre la necessità di mettere al primo posto rispetto a qualunque altra valutazione la salute e la sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici: per queste ragioni abbiamo sottoscritto il Protocollo condiviso del 14 marzo scorso e sempre per le stesse ragioni abbiamo sollecitato il Governo a sospendere tutte le attività non essenziali rispondendo così alla necessità di contenimento del contagio. Ecco perché riteniamo inadeguato rispetto a questo obiettivo il contenuto del decreto e sbagliato il metodo con cui si è giunti alla sua definizione".

Nuovo DPCM 22 marzo 2020, le attività bloccate e quelle consentite

Dom, 22/03/2020 - 21:44
Firmato dal Presidente del Consiglio e controfirmato dal Ministro della Salute il DPCM 22 marzo 2020, col quale viene disposta la sospensione di tutte le attività produttive industriali e commerciali ad eccezione di quelle indicate in un apposito allegato al decreto. La sospensione decorre dal 23 marzo e fino al 3 aprile, ferma restando la possibilità di provvedere entro il 25 marzo alle attività necessarie ad attuare la sospensione, compreso lo smaltimento di merce in giacenza.
Introdotto anche il divieto alle persone di spostarsi al di fuori del comune in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza o per motivi di salute. Continua a essere sospeso l'accesso a musei e biblioteche, mentre i servizi di istruzione sono erogabili solo a distanza.
Le disposizioni si aggiungono a quelle del DPCM 11 marzo 2020 e dell'ordinanza del Ministro della Salute del 20 marzo 2020, i cui termini di efficacia sono prorogati al 3 aprile.
Riguardo all'elenco delle attività di cui è consentita la prosecuzione le confederazioni CGIL, CISL e UIL ne hanno denunciato un eccessivo ampliamento rispetto a quanto era stato indicato alle parti sociali e al Paese, dicendosi pronte a proclamare lo stato di mobilitazione in tutte le categlorie che non svolgono attività essenziali, senza escludere la possibilità di proclamare lo sciopero generale.

Accordi per ammortizzatori sociali in deroga nelle scuole non statali

Dom, 22/03/2020 - 15:08
Sono stati sottoscritti nei giorni scorsi accordi riguardanti l’accesso agli ammortizzatori sociali alle condizioni previste nel Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18 (“Cura Italia”) in relazione allo stato di emergenza da contagio Covid-19. Tra questi segnaliamo quello riguardante gli Enti che fanno riferimento ad Agidae, sottoscritto il 19 marzo nell’ambito della Commissione paritetica nazionale composta dai rappresentanti di Agidae, Cisl Scuola, Flc Cgil, Uil scuola Rua, Snals e Sinasca.
Nell'accordo si prevede che tutti gli Enti occupanti mediamente più di 5 dipendenti, attualmente sottoposti al contributo FIS, potranno attivare le procedure di cui all’art.19 del D.L..
Gli altri Enti, a prescindere dal numero dei dipendenti in servizio al 23 febbraio, per i quali non si possano applicare le tutele previste in materia di sospensione o riduzione di orario, potranno attivare le procedure previste dall’art.22 del D.L., che fa riferimento ad accordi regionali per le situazioni per le quali "non trovino applicazione le tutele previste dalle vigenti disposizioni in materia di sospensione o riduzione di orario, in costanza di rapporto di lavoro".
Si veda al riguardo l’accordo sottoscritto con la Regione Liguria, che disciplina le condizioni, i beneficiari, le modalità e la durata della prestazione per l’accesso alla cassa integrazione in deroga.

Dopo la peste torneremo a essere umani

Dom, 22/03/2020 - 10:51
È più grande di noi, l’epidemia, e in un certo senso non riusciamo a concepirla. È più forte di qualsiasi nemico in carne e ossa che abbiamo mai affrontato, di qualsiasi supereroe che abbiamo mai immaginato o visto nei film. Talvolta un pensiero agghiacciante si insinua in cuore: questa, forse, è una guerra che perderemo. Dalla quale usciremo sconfitti a livello mondiale. Come ai tempi dell’influenza “spagnola”. Subito però respingiamo una tale eventualità. Perché mai dovremmo uscirne sconfitti? Siamo nel XXI secolo! Siamo sofisticati, computerizzati, equipaggiati con uno stuolo di armi, vaccinati, protetti dagli antibiotici...
Eppure qualcosa ci dice che stavolta le regole del gioco sono diverse al punto che, al momento, di regole non ce ne sono proprio. A ogni ora contiamo con orrore i malati e i morti in ogni angolo del globo mentre il nemico che abbiamo di fronte non mostra segni di stanchezza o di cedimento nel mietere vittime. Nell’usare i nostri corpi per riprodursi.
C’è un che di minaccioso nella mancanza di volto di questa epidemia, nella sua aggressiva invisibilità. Sembra voler aspirare in sé tutto il nostro essere, che all’improvviso ci appare fragile e indifeso. Anche l’infinità di parole spesa negli ultimi mesi non è riuscita a rendere questo contagio un po’ più comprensibile e prevedibile.
«Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo», scrive Albert Camus nel suo libro La peste, «pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare... pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro…?».
Lo sappiamo: una certa percentuale della popolazione sarà infettata dal virus. Una certa percentuale morirà. Negli Stati Uniti si parla di oltre un milione di probabili decessi. La morte è tangibile. Chi può, rimuove questo pensiero. Ma chi possiede una fervida immaginazione — come l’autore di queste righe, per esempio. E quindi le sue parole vanno prese con un pizzico di scetticismo — è vittima di visioni e scenari che si moltiplicano a una velocità non inferiore a quella della diffusione del virus. Quasi ogni persona che incontro proietta su di me le diverse possibilità del suo futuro nella roulette dell’epidemia. E della mia vita senza di lui, o lei. E della sua senza di me. Ogni incontro, ogni conversazione, potrebbe essere l’ultima.
Il cerchio si stringe: sulle prime hanno proclamato «cancelliamo i voli». Poi hanno chiuso i bar, i teatri, gli impianti sportivi, i musei, gli asili, le scuole, le università. L’umanità spegne i suoi lampioni, uno dopo l’altro.
Improvvisamente nelle nostre vite è in atto un dramma di proporzioni bibliche. «E il Signore mandò una mortalità nel popolo» (Esodo, 32, 35). E la mandò in tutto il mondo. Ognuno di noi è parte di questo dramma. Nessuno ne è esente. Nessuno è meno coinvolto degli altri. Da un lato, a causa della natura dell’ecatombe, i morti che non conosciamo non sono che un numero, persone anonime, senza volto. Dall’altro, osservando i nostri cari, avvertiamo quanto ogni essere umano racchiuda in sé un’intera, insostituibile civiltà. L’unicità di ciascuno irrompe con un grido improvviso e, come l’amore ci porta a scegliere un’unica persona fra le tante che transitano nella nostra vita, così fa la coscienza della morte.
E sia benedetto l’umorismo, il miglior modo di affrontare tutto questo. Quando riusciamo a ridere del Covid-19 proclamiamo, di fatto, che non siamo completamente paralizzati. Che abbiamo ancora libertà di movimento. Che continuiamo a combattere e non siamo vittime indifese (in realtà lo siamo, ma abbiamo trovato un modo di aggirare questa orribile consapevolezza, e persino di riderne).
Per molti l’epidemia potrebbe trasformarsi in un evento cardine, fatidico per il prosieguo della vita. Quando si attenuerà, la gente potrà finalmente uscire di casa dopo una lunga quarantena e scoprire nuove e sorprendenti possibilità, generate forse dal contatto con il fondamento stesso della nostra esistenza. Magari la morte tangibile e il miracolo della salvezza scuoteranno donne e uomini. Molti perderanno i loro cari, il lavoro, la fonte di guadagno, la dignità. Ma quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente. Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui.
La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il tempo — e non il denaro — è la risorsa più preziosa. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno — per poco, probabilmente, ma ci faranno un pensierino — perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.
Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci. Ci sarà forse anche chi, per la prima volta, si domanderà perché israeliani e palestinesi continuino a lottare e a distruggersi la vita a vicenda da oltre un secolo, in una guerra che avrebbe potuto essere risolta da tempo.
Il ricorso all’immaginazione nell’attuale baratro di disperazione e di paura ha una forza tutta sua. Ci permette di vedere non solo scenari catastrofici ma di mantenere una certa libertà mentale. In tempi facili alla paralisi è una specie di ancora che, dal baratro della disperazione in cui ci troviamo, lanciamo verso il futuro, trascinandoci poi verso di essa. La capacità di immaginare tempi migliori significa che non abbiamo ancora lasciato che l’epidemia e la paura prendano il sopravvento su di noi. C’è quindi da sperare che, quando il pericolo del contagio sarà passato e si respirerà un’atmosfera di risanamento e di ripresa, la gente mostrerà una diversa disposizione di spirito: sarà pervasa da un senso di leggerezza, di nuova freschezza.
Potrebbero scoprirsi, per esempio, gradevoli segnali di innocenza, privi di qualsiasi cinismo. E forse, per qualche tempo, saranno consentite anche manifestazioni di tenerezza. Forse capiremo che questa micidiale epidemia ci consente di liberarci di strati di grasso, di laida avidità, di pensieri grossolani e rozzi, di un’abbondanza divenuta ormai eccesso che comincia a soffocarci (perché diavolo abbiamo accumulato così tanta roba? Perché abbiamo seppellito la nostra vita sotto montagne di oggetti che non vogliamo?).
Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza che è terribile che ci sia gente molto ricca e tanta altra molto povera. Che è terribile che in un mondo opulento e sazio non tutti i neonati abbiano le stesse opportunità. Facciamo parte del medesimo tessuto umano, labile al contagio come stiamo scoprendo, e il bene di ciascuno di noi è, alla fin fine, quello di tutti. Il bene del globo su cui viviamo è anche il nostro, ed è determinante per il nostro benessere, la purezza del nostro respiro, il futuro dei nostri figli.
E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia. Nel darci la sensazione che gente dagli interessi fin troppo palesi ci manipoli, facendoci il lavaggio del cervello e derubandoci del nostro denaro. Non parlo dei mezzi di comunicazione di massa seri, coraggiosi, incisivi, inquisitori, ma di quelli che da tempo hanno trasformato le masse in gregge, e talvolta in teppaglia.
Questi scenari si avvereranno? Chi lo sa. Semmai dovessero, temo che si dileguerebbero rapidamente e le cose tornerebbero a essere come prima. Prima dell’epidemia. Prima del diluvio. È difficilissimo indovinare cosa succederà fino a quel momento. Ma faremmo meglio a continuare a farci domande, come se questo fosse una medicina, fino a che non troveremo un vaccino efficace contro il flagello. (Traduzione di Alessandra Shomroni)

21.03.2020 - On line a casa, a scuola, all'università

Sab, 21/03/2020 - 16:17
Carissimi, riporto alcune considerazioni dei ragazzi (e sui ragazzi) in merito al periodo particolare che stiamo tutte/i vivendo.
In generale direi che l'atmosfera è buona, nonostante qualche momento stressante dovuto alla convivenza forzosa al chiuso e alla preoccupazione per quello che sta accadendo.
L'atteggiamento che Gabriele (I liceo classico - III superiore) e Martino (III media a indirizzo musicale) hanno nei confronti dell'improvvisata organizzazione scolastica online è positivo: seguono le lezioni sulle piattaforme (una-due al giorno, al momento), fanno i compiti che ricevono dai registri elettronici o via chat (relazioni, esercizi, documentari da vedere ecc.); Gabriele ha avuto anche le prime interrogazioni via telefono, Martino dalla prossima settimana riprenderà le lezioni di violino.
Martino dice che le lezioni online sono quasi più divertenti che in aula; Gabriele dice che invece è più difficoltoso seguire bene (con tutte le furbate dei ragazzi che scrivono in chat durante le spiegazioni, alcuni giocano online mentre la prof spiega ecc...), ma è contento di avere più di una lezione al giorno.
Aggiungo alcune mie valutazioni.
Nei primi giorni di chiusura delle scuole abbiamo insistito molto sulla tenuta del ritmo scolastico, imponendo noi autonomamente lo studio pomeridiano (rileggendo storia, traducendo un po' di versioni...). La cosa era molto antipatica perché dovevamo farci carico dell'autorità/autorevolezza scolastica oltre che di quella genitoriale, e il connubio non è dei migliori.
Ma con il prolungarsi della quarantena collettiva per fortuna le scuole si sono attivate, noi ora controlliamo solamente che siano aggiornati sul da farsi, ma senza pressione.
Il ritmo del resto è saltato per tutte e tutti, ma non è necessariamente un male.
I tempi si sono dilatati, i due hanno modo finalmente di gironzolare per casa, suonare e ascoltare musica, giocare alla play, sentire gli amici in chat, con calma.
Mi sembra anche alleggerito il bombardamento di notizie-richieste-esigenze che invece solitamente è martellante. I negozi sono chiusi, gli amici stanno a casa calmi come devi stare buono e calmo tu, il campionato di calcio è fermo. È come se per la prima volta avessero la possibilità di sperimentare un tempo nuovo, meno assillante, meno ossessivamente vorticoso.
L'isolamento quindi pesa, ma non più di tanto. Il rallentamento dei tempi mi sembra, come dicono tutti fino alla noia, la più grande opportunità di questo momento.
Anche all'università la situazione è profondamente mutata.
Tutte le incombenze amministrative e burocratiche che negli ultimi anni ci hanno soverchiato (anvur, vqr, gev... tutto da abolire) sono pressoché scomparse o si limitano a poche cose veloci da smaltire online.
I miei colleghi ed io abbiamo quindi finalmente il tempo per leggere, studiare e scrivere, cioè di fare il nostro mestiere, senza essere fagocitati da uno stupidario inventato dagli zelanti della valutazione della ricerca (tra l'altro: siamo sicuri che da quando esiste l'anvur la qualità - e non la quantità - della ricerca sia davvero migliorata??).
A tal proposito segnalo una situazione che forse è già arrivata alla vostra attenzione. Gabriele e Martino sono grandicelli, perciò posso permettermi di lavorare da casa senza troppi intoppi. Altre mie colleghe, che hanno i figli molto piccoli, sono invece in grave difficoltà, non potendo contare su asili, nonni e baby sitter. Alcune di loro sostengono, correttamente, che dovrebbe essere data loro la possibilità di qualificare questo periodo come un congedo (forzato): almeno avere l'opzione di scegliere in tal senso permetterebbe loro di non subire valutazioni negative un domani relativamente alla produttività scientifica (si tratterebbe evidentemente di una discriminazione).
Mi sembrerebbe una cosa sensata, non so se potete farvi portavoce di una simile richiesta.
Quanto alle lezioni online all'università, funzionano molto bene (almeno per UNIFE) e gli studenti e le studentesse rispondono in modo molto positivo, seguono e cercano molto il contatto via mail o nelle riunioni online. Riuscirò anche a tenere alcuni dei seminari di approfondimento che avevo in programma perché alcuni miei colleghi hanno accettato di tenere le loro relazioni online, accedendo alla nostra piattaforma. Quindi per ora l'esperienza è positiva, nei limiti del possibile.
La prossima settimana avremo le lauree online e ci siamo ripromessi di organizzare, alla fine dell'emergenza, una festa per tutti i neolaureati che non hanno potuto vivere fino in fondo il momento solenne della proclamazione.
Per ora mi sembra sia tutto.
Grazie dell'attenzione! * Orsetta Giolo è Professoressa Associata di Filosofia del diritto all’Università di Ferrara, Dipartimento di Giurisprudenza

Attacchi sconsiderati al sindacato. Maddalena Gissi: non chiedo rispetto, chiedo intelligenza.

Sab, 21/03/2020 - 15:29
Lungi da noi l’intenzione, e la voglia, di fare polemiche in momenti come questi. Altre sono le priorità per l'attenzione di tutti, altri i problemi veri che ci affliggono. Ma almeno rispondere a chi tenta di farci passare per irresponsabili ci si deve concedere, perché allo stravolgimento del nostro pensiero e del nostro operato un limite dovrebbe esserci, per buon senso e buon gusto.
Farci passare per organizzazioni che farebbero ostruzionismo rispetto all’attivazione della didattica a distanza, o che non vorrebbero consentire al Ministero di dettare anche su questo le necessarie istruzioni, non solo non corrisponde al vero, ma è l’esatto contrario di quanto in realtà sta accadendo in questa vicenda e in generale in questi giorni.
Basta un esempio: le disposizioni impartite con la nota 392 del 18 marzo, nelle quali si recepisce il principio fissato nella direttiva 2/2020 (lavoro agile come modalità ordinaria nella pubblica amministrazione) sono state da noi ripetutamente sollecitate nei giorni precedenti, quando già era chiarissima la linea di comportamento da adottare per contrastare efficacemente il contagio. Non le indicazioni del Ministero, ma piuttosto la loro assenza, o il loro ritardo, abbiamo contestato!
Non ci siamo mai opposti all’organizzazione di forme di didattica a distanza, che infatti sono state immediatamente attivate in moltissime realtà; né sono mancate prese di posizione e interventi concreti da parte nostra nelle quali alla DAD non solo non viene posta alcuna obiezione, ma la si definisce risorsa preziosa, su cui intervenire efficacemente anche a emergenza superata, rafforzandone la consuetudine e le connesse necessarie competenze, come opportunità di arricchimento dell’ordinaria modalità di agire della scuola pubblica, che deve naturalmente essere quella della didattica in presenza, col valore che alla relazione interpersonale diretta va riconosciuto per l’efficacia e la qualità dell’azione educativa. Di questo atteggiamento dà testimonianza l’attivazione immediata, sul nostro sito, di una pagina che fin dal titolo (“La scuola che non chiude”) chiarisce esattamente il nostro pensiero e il nostro intento nella presente drammatica situazione.
Premesso questo, le obiezioni alla circolare 388 e la richiesta di poterla ridiscutere non sono affatto interpretabili come la pretesa di lasciare le scuole senza indicazioni: al contrario, anche in questo caso, nascono dalla necessità e dall’urgenza di dare indicazioni che tengano debitamente conto della concreta situazione in cui le scuole si trovano ad agire, offrendo realmente un contributo al superamento delle tante difficoltà e dei problemi con cui ci si misura, non innescandone di ulteriori, come è facile che accada quando prevalgono nell’organizzazione del lavoro burocratismi e fiscalismi. Non è mai bene che questo accada, men che meno quando si dovrebbe far leva sul senso di appartenenza e sulla coesione di una comunità professionale chiamata come non mai a sentirsi e ad agire come tale.
Forse non vale la pena spendere fatica per convincere di questo chi ha colto l’occasione, in questi giorni, per dare sfogo a pregiudizi e preconcetti costitutivi del suo pensiero in materia di dialogo sociale: ma un sano esercizio delle relazioni sindacali, anche e soprattutto in tempi di emergenza, non è perdita di tempo, se aiuta a rafforzare la condivisione di obiettivi e il comune sforzo per raggiungerli. La stessa Amministrazione potrebbe rendere testimonianza di come, e quante volte, essersi confrontata con le organizzazioni sindacali abbia giovato alla qualità delle sue decisioni. Ma basterebbe solo ricordare, tanto per restare all’oggi, che l’emanazione del decreto “Cura Italia” è avvenuta dopo un serrato e approfondito confronto con i sindacati di quel Governo del quale, mi si consenta la lieve ironia, anche la ministra dell’Istruzione fa sicuramente parte.
Tornando alla didattica a distanza: nella nostra presa di posizione si richiamava la necessità di tener debitamente conto di problemi non irrilevanti che pian piano stanno emergendo in tutta la loro evidenza, e che non si risolvono nascondendoli. Quelli costituiti dalla disponibilità e dalla qualità delle connessioni in rete, così come delle dotazioni a disposizione delle scuole, dei singoli docenti e delle famiglie. Variabili che stanno avendo un peso rilevantissimo, suscettibili di condizionare l’effettiva attuazione di una modalità che nessuno - proprio nessuno! - dovrebbe consentirsi di considerare, specie in un momento come questo, come bandierina da sventolare a fini di autopromozione, o come fiore da appuntare all’occhiello. Nella pagina del nostro sito, oltre a dare spazio alla presentazione di idee e progetti, a supporto di chi voglia trovarvi spunti e suggerimenti per il suo lavoro, diamo conto anche di testimonianze che aiutano a capire come la gestione della DAD sia vissuta in concreto, e non solo sulla carta, ivi compresa quella ministeriale, che dalla realtà non dovrebbe mai allontanarsi più di tanto. Se si vuole provare a orientarla al meglio, e non esserne schiacciati. Il tema della valutazione, per esempio, è terreno sul quale sarebbe indispensabile non avventurarsi in mancanza di ben più approfondite considerazioni, non riducibili certamente alla partita tra favorevoli o contrari al 6 politico. Ci sono implicazioni, come è noto, che vanno attentamente considerate sul piano giuridico, se si vuole evitare il rischio di intasare di ricorsi le aule dei TAR.
Tanto ancora ci sarebbe da dire: aggiungo solo, per qualche decisionista in servizio permanente effettivo, che il confronto su una nota ministeriale non ne avrebbe allungato irrimediabilmente i tempi di emanazione, mentre avrebbe forse contribuito a rendere il prodotto più ricco, più utile, meno esposto al rischio di innescare contenzioso su aspetti di natura giuridica, o anche sindacale, che è veramente pretestuoso pretendere di accantonare in nome dell’emergenza.
Nel dramma collettivo che stiamo vivendo, il “lasciateci lavorare” non può avere alcun senso e alcuna utilità nella scuola, se volto a far prevalere ruoli e prerogative fuori dalla dimensione, davvero necessaria, di una comune e condivisa assunzione di responsabilità da parte di tutti e di ciascuno. Nessuna concessione, per quanto riguarda la CISL Scuola, a disinvolte letture di principi costituzionali per sottrarsi al dovere di rendere per quanto possibile operativa e presente la scuola; né a interpretazioni vessatorie dei rapporti gerarchici, quasi che l’emergenza autorizzasse a fare a meno del buon senso, oltre che di norme e contratti. Che per fortuna ci sono, a dirci quali siano per ciascuno di noi diritti e doveri.
Infine: è abitudine diffusa, quando si parla dei sindacati, fare d’ogni erba un fascio. Con tutto ciò che ne consegue in termini di equilibrio e onestà di giudizio. I sindacati nella scuola sono davvero tanti. Per fortuna ci sono regole che dovrebbero consentire anzitutto di distinguerne la rilevanza. E poi, in una realtà plurale come per fortuna la nostra continua a essere, ci sono le differenze, talvolta non di poco conto, anche fra le sigle più rappresentative, oggi impegnate responsabilmente ad agire col massimo di unità. Chiedere allora di evitare schematismi e generalizzazioni, quando si parla di noi, specie se chi lo fa conosce la realtà della scuola e del sindacato, perché la vive in diretta, non è chiedere un atto di riguardo, è chiedere un atto di intelligenza. Roma, 21 marzo 2020 Maddalena Gissi, segretaria generale CISL Scuola

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